Estate 2010. Casa di un amico dal nome improbabile, con amica dal nome improbabile. Roma, strada dal nome buffissimo. C'entrano i calzini, ma non ricordo di più. Tutti dormono tranne me, ma non ricordo di più. La notte prima l'abbiamo passata a fare le parole crociate. Forse non ho mai riso così tanto. Scoprendoci, sussurrandoci tutto quello che in anni di amicizia in rete non ci siamo mai detti.
Ma torno un momento alla mia insonnia inspiegabile. Mi guardo attorno, spaesata ma così irrazionalmente attratta dalla mancanza di un programma definito per la giornata. Non so di cosa ho voglia, penso, ripenso, mi dico che non voglio tornare a casa. Noto "casualmente" un libro abbandonato in un angolo della stanza, in mezzo a tanti altri. Ma su quel libro c'è un viso coperto da mani, il che è vagamente familiare, quasi confortante. Lo apro e lo divoro nel giro di ventiquattro ore. Ne lascio un pezzo alla fine perché mi rifiuto di accettare che finisca.
Quel libro era "Psicomagia", il viaggio che più di tutti ha stravolto il mio modo di vedere la vita. Più dei viaggi veri, quelli fisici. Da quel momento amo Jodorowsky. Tu giri il mondo, mi dicono. Sei fortunata, dicono. Di che ti lamenti. Baratterei qualsiasi trasferta per altri viaggi di quel tipo, di quelli che ti prendono da dentro e ti rivoltano senza pietà come un guanto senza lasciare nient'altro che voglia di Essere.
Quando ho visto "Poesía sin fin", qualche anno dopo, in un piccolo cinema di Torino, mi sentivo felice come una bimba a Natale. Parlavo entusiasta con i miei vicini di posto, presi dal mio stesso entusiasmo, dalla mia stessa leggerezza d'animo. Noi sapevamo.
L'ho trovato grottesco a livelli smisurati, eccessivamente teatrale, ma pregno di quella vitalità e saggezza di fondo che contraddistinguono la filosofia di Alejandro. Non ha avuto paura di vomitarci addosso il suo personalissimo modo di esprimere creatività e arte. Ma cosa mi sorprendo a fare? È ciò che spinge sempre a fare, soprattutto nei suoi scritti. Poco importa se a noi tutto risulta assurdo, disconnesso. Non gli interessa, non è quello il punto. Così voglio vivere la mia vita. Senza dover impacchettare tutto alla perfezione per essere sentita, per sentirmi.
Con quel potentissimo epilogo tocchiamo vette mai viste: un dialogo immaginario con suo padre, struggente e salvifico, esattamente come me lo sono sempre immaginato leggendolo. Mi sono liberata, come si è liberato lui, dopo anni di rancore, inscenando qualcosa che non è mai accaduto. Rendendo il sogno parte della sua cura. Curare le ferite con l'immaginazione, curare il reale con il non-reale, funziona. Ho pianto. Stavo bene.
Grazie di avermi fatto scoprire la vita, Alejandro. Un giorno ti incontrerò e te lo dirò guardandoti negli occhi, non so se qui o in altri mondi. Ma mi sentirò a casa.
“Padre mio, non dandomi niente, mi hai dato tutto. Non amandomi, mi hai insegnato l’assoluta necessità di amore. Negando Dio, mi hai insegnato a valorizzare la vita. Io ti perdono, Jaime. Mi hai dato la forza di sopportare questo mondo, dove non esiste più poesia.”
Chissà se i commenti ti arrivano in qualche modo. Se non è così sarà ancora più buffo averti commentato e te magari sta cosa la vedi tra mesi, anni o mai... (e non te avverto privatamente, ahah, è più divertente così)
RispondiEliminaResta il fatto che finalmente me se è sbloccato sto tuo blog! (chissà perchè per mesi me lo segnalava come sito pericoloso e me lo dava inaccessibile...)
E ti dico una cosa Ali (che già ti dissi allora).
Scrivi! Scrivi! Scrivi! Non necessariamente qua ma anche per te stessa.
Perchè rileggendo sto tuo primo post oltre ad avermi molto emozionato (perchè alla fine ci ho rivisto tantissimo di te in queste righe) quello che mi sento da dire è che scrivi troppo bene, dio caro, magari io così!
Io una volta al mese vengo a controllare. Magari non ce troverò mai niente ma, almeno in privato, fallo ;)
baci :)